Donne e parità di genere: l’importanza della formazione in azienda

28 Settembre 2026
parità di genere rappresentata da professionisti 50% uomini e 50% donne

 

Parlare di donne e parità di genere significa affrontare temi complessi e spesso divisivi, perché coinvolge convinzioni culturali radicate, ruoli sociali e squilibri ancora presenti nella vita quotidiana e professionale.

Nessun uomo nasce pensando che una donna sia meno capace di dirigere un team. Eppure, ancora oggi, si tende ad associare più autorevolezza a una voce maschile, più cura e disponibilità a una voce femminile.

Queste associazioni si apprendono: in famiglia, a scuola, nei media, nei gruppi sociali e negli stessi luoghi di lavoro.

Questo non significa che tutti gli uomini pensino o agiscano allo stesso modo. Significa riconoscere che anche persone corrette possono riprodurre schemi imparati senza accorgersene.

Nonostante la parità di genere sia ormai tutelata dalle norme, in alcuni contesti lavorativi le donne sentono ancora di non doversi mostrare troppo ambiziose per essere accettate. Oppure di dover scegliere tra carriera e vita privata.

Nelle scuole abbiamo iniziato a vedere sempre più progetti su inclusività e parità di genere, ma educare le nuove generazioni non basta se vogliamo cambiare il mondo del lavoro. Bisogna continuare a educare anche gli adulti, che oggi assumono, valutano e promuovono le persone.


Donne e parità di genera a lavoro: che cosa dicono i dati in Italia  

Negli ultimi anni sono stati fatti sicuramente dei grandi progressi, ma le distanze rimangono ancora marcate. Secondo la sintesi del Rapporto annuale ISTAT, nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni era pari al 53,8% per le donne e al 71,2% per gli uomini: un divario di circa 17 punti percentuali.

La qualità dell’occupazione è un altro elemento centrale. Nel 2025 le forme di lavoro vulnerabile, definite nel rapporto come lavoro a termine e/o part-time involontario, riguardavano il 23% delle occupate.

Inoltre, le donne rappresentavano il 43% degli occupati, ma solo il 25,3% delle posizioni dirigenziali e manageriali.

L’ISTAT rileva anche una forte segregazione professionale: metà dell’occupazione femminile risultava concentrata in 17 professioni, spesso meno remunerative, contro 43 per gli uomini.

Sono indicatori diversi, ma raccontano un meccanismo comune: il tempo, la continuità e le opportunità di carriera non sono ancora distribuiti in modo equilibrato.

Disparità uomo e donna nel mondo del lavoro 

La disparità tra uomo e donna nel lavoro può emergere già durante la selezione, quando la maternità, presente o futura, viene considerata un possibile limite alla disponibilità e alla continuità professionale di una candidata. Questo tipo di valutazione può portare a escludere una donna ancora prima di averne considerate realmente competenze ed esperienza.

Gli stessi stereotipi possono condizionare la crescita interna. Una donna può essere percepita come meno autorevole, troppo emotiva o poco adatta a ricoprire ruoli di responsabilità. A ciò possono aggiungersi esclusioni dalle decisioni, commenti inappropriati, comportamenti sessisti e molestie, capaci di compromettere benessere, sicurezza e possibilità di esprimere il proprio valore.

Quando questi atteggiamenti vengono normalizzati, il pregiudizio smette di essere una convinzione personale e diventa parte del funzionamento dell’azienda. Se quasi tutti i dirigenti sono uomini, la leadership continua ad avere un volto maschile. Se la cura resta soprattutto femminile, la disponibilità senza limiti sembra un requisito neutro. Se i colleghi ridono a una battuta sessista e nessuno interviene, il gruppo impara che quel comportamento è accettabile.

Per evitarlo, manager e collaboratori devono imparare a riconoscere i condizionamenti ricevuti e adottare criteri professionali più consapevoli, trasparenti ed equi.


Quali tutele prevede la legge sulle pari opportunità

In Italia il principio di parità ha basi costituzionali e legislative. L’articolo 37 della Costituzione riconosce alla donna lavoratrice gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni del lavoratore. Il Codice delle pari opportunità vieta discriminazioni nell’accesso al lavoro, nella formazione, nelle condizioni di impiego, nella retribuzione e nella progressione professionale.

La disciplina sulla trasparenza retributiva rafforza la possibilità di conoscere criteri e dati utili a valutare differenze di trattamento. La UNI/PdR 125:2022 offre inoltre alle organizzazioni un riferimento volontario per impostare un sistema di gestione della parità basato su politiche e indicatori di prestazione.

Che cosa può fare una lavoratrice davanti a una possibile disparità

Una lavoratrice può tutelarsi di fronte a una disparità in ambito lavorativo. Infatti, chi ritiene di aver subito una discriminazione può rivolgersi, in base al caso, ai rappresentanti dei lavoratori, al sindacato, a un professionista legale o al consigliere di parità territorialmente competente.

Nel concreto, una donna che ritiene di essere vittima di disparità o ingiustizie può:

  1. Annotare fatti, date, comunicazioni, criteri dichiarati e persone presenti, distinguendo percezioni ed elementi verificabili.
  2. Chiedere per iscritto criteri di valutazione, inquadramento, progressione o accesso alla formazione.
  3. Usare i diritti di informazione retributiva previsti dalla normativa, rispettando modalità e limiti applicabili.
  4. Consultare policy interne, codice etico e procedure di segnalazione, verificando la tutela della riservatezza.
  5. Cercare supporto qualificato presso rappresentanze, sindacati, organismi di parità o consulenti legali.

Parità di genere: perché educare i bambini non basta

Parlare di rispetto, consenso e parità di genere nelle scuole è essenziale, perché aiuta bambini e ragazzi a riconoscere gli stereotipi, costruire relazioni sane e sviluppare una maggiore consapevolezza dei propri diritti e di quelli degli altri.

Nel frattempo, le decisioni che incidono concretamente sulla vita professionale delle persone continuano a essere prese dagli adulti di oggi. Sono loro a stabilire stipendi, selezionare candidati, assegnare incarichi, valutare le prestazioni e decidere chi può accedere a ruoli di responsabilità. Molti si sono formati in un contesto culturale nel quale stereotipi e differenze di trattamento erano più difficili da riconoscere o venivano considerati normali. Per questo motivo, affidare il cambiamento esclusivamente alle nuove generazioni significa rimandare un intervento necessario nel presente.

L’educazione non finisce con la scuola. Ogni azienda ha il suo ruolo educativo; insegna attraverso valori, linguaggio delle riunioni,  criteri di promozione e persino attraverso il silenzio davanti a una discriminazione.

La formazione aziendale, quindi, come evidenziato dall’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, deve essere vista non solo come uno strumento per aggiornare le competenze tecniche, ma anche come opportunità per promuovere un ambiente lavorativo sereno e pari opportunità.


Formazione aziendale sulle pari opportunità

Troppo spesso la parità viene affidata alle donne: sono loro a raccontare il problema, partecipare agli eventi, creare reti e spiegare perché un comportamento ferisce o esclude. Ma non si può chiedere a chi subisce un sistema di portare da solo anche il peso di educarlo.

Gli uomini devono essere parte attiva del percorso, soprattutto quando ricoprono ruoli manageriali. Non come imputati collettivi, ma come persone che possono riconoscere i modelli ricevuti, osservare il potere che esercitano e imparare comportamenti più equi. La formazione funziona quando crea responsabilità senza umiliazione e confronto senza minimizzazione.

Significa imparare a chiedersi: interrompo più spesso le colleghe? Attribuisco autorevolezza a uno stile aggressivo? Considero la maternità un rischio e la paternità un dettaglio? Scelgo sempre persone simili a me per i progetti decisivi? Valuto disponibilità o risultati? Sono domande professionali, non confessioni private.

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FAQ sulla parità di genere nel lavoro

Perché le donne vengono ancora percepite come meno autorevoli?

Perché autorevolezza e leadership sono state a lungo rappresentate attraverso modelli prevalentemente maschili. Queste associazioni culturali possono influenzare anche persone che si considerano favorevoli alla parità. Criteri osservabili, confronto e formazione aiutano a riconoscerle.

Dire che gli uomini hanno appreso questa mentalità significa giustificarli?

No. Spiegare l’origine di uno stereotipo non elimina la responsabilità di chi lo riproduce. Serve a capire dove intervenire: sui comportamenti individuali, sui modelli culturali e sui processi aziendali che li premiano o li tollerano.

Perché non basta educare i bambini alla parità?

Perché le decisioni professionali di oggi vengono prese dagli adulti. La scuola è fondamentale per il futuro, ma aziende e istituzioni devono formare anche chi oggi assume, valuta, remunera e promuove le persone.

La formazione deve coinvolgere anche gli uomini?

Sì. Lasciare la parità alle sole donne significa chiedere a chi vive lo svantaggio di risolverlo. Gli uomini, soprattutto nei ruoli di responsabilità, devono partecipare come alleati e decisori capaci di riconoscere e cambiare i propri criteri.

Le donne vengono ancora discriminate sul lavoro in Italia?

La legge vieta la discriminazione, ma i dati mostrano divari persistenti nell’occupazione, nella qualità contrattuale, nelle retribuzioni complessive e nell’accesso alla dirigenza. Non ogni differenza prova una discriminazione individuale: segnala però aree che devono essere analizzate con criteri e dati adeguati.

Gender pay gap e paga diversa per lo stesso lavoro sono la stessa cosa?

No. Il gender pay gap aggregato confronta retribuzioni medie e risente anche di ore lavorate, part-time, settori, ruoli e interruzioni di carriera. La discriminazione retributiva diretta riguarda invece un trattamento economico meno favorevole in una situazione comparabile. Entrambi i livelli sono importanti, ma misurano fenomeni diversi.

Che cosa cambia con la trasparenza retributiva?

La normativa italiana in vigore dal giugno 2026 rafforza le informazioni a disposizione di candidati e lavoratori. Prevede, tra l’altro, informazioni sulla retribuzione iniziale o sulla fascia prima dell’assunzione, il divieto di acquisire la storia retributiva del candidato e un diritto di informazione sui livelli medi per sesso relativi a lavori uguali o di pari valore, secondo le modalità previste.

La maternità può penalizzare la carriera?

Non dovrebbe. Nella pratica, responsabilità di cura, interruzioni e criteri basati sulla presenza possono rallentare opportunità e progressione. Politiche inclusive, congedi condivisi, rientri strutturati e valutazioni basate sui risultati aiutano a ridurre la penalizzazione.

Come può un’azienda misurare la parità?

Può analizzare per genere candidature, assunzioni, contratti, retribuzioni, bonus, accesso alla formazione, valutazioni, promozioni e uscite. Gli indicatori vanno letti per livello e area organizzativa, assegnando responsabilità e obiettivi di miglioramento.

La formazione sui bias è sufficiente?

No. È utile se collegata a processi concreti, esercitazioni e responsabilità manageriali. Deve accompagnare criteri trasparenti, dati, policy, canali di segnalazione e verifiche periodiche.

A chi rivolgersi in caso di discriminazione?

A seconda della situazione, è possibile confrontarsi con HR, rappresentanti dei lavoratori, sindacato, consigliera o consigliere di parità e un professionista legale. È utile conservare documenti e ricostruire i fatti in modo preciso.